Tagliarsi una ciocca di capelli e portarla al museo. Ha senso? La Triennale di Milano e il MAXXI di Roma stanno raccogliendo ciocche di capelli in segno di protesta e risposta all’uccisione di Mahsa Amini in Iran. Le ciocche raccolte verranno portate all’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran come simbolo di unione nella lotta.

Nel frattempo, è giusto di questi giorni la notizia del professore di liceo di Roma che ha tagliato una ciocca a una studente iraniana senza consenso, intimandole di avere il dovere di mostrare solidarietà per le sue connazionali.

Ma tutto questo ha un senso?

Partiamo da un’idea di ‘simbolo’. Il simbolo è sempre una direzione, mai semplicemente un segno. Simbolo è un segno che ci mette in comunicazione con un piano della realtà diverso. Guardando il simbolo siamo invitati a guardare oltre lo stesso, a percorrere una strada che il creatore del simbolo ha tracciato e che diventa tale solo con l’atto dell’osservatore. Il simbolo è la strada, non il segno che la indica.

Tagliarsi una ciocca di capelli in questo caso è un simbolo. Indica un’appartenenza del proprio corpo a un gruppo di corpi violati nelle loro libertà in una regione del mondo, l’Iran. Chi guarda il simbolo percorre una strada che conduce all’opposizione verso la soppressione dei diritti delle donne iraniane. Le ragazze che, durante le manifestazioni in Iran, si sono tagliate i capelli hanno creato simboli.

Tagliarsi una ciocca di capelli e portarla al museo. Ha senso?

Ma noi, a distanza e al sicuro?

Il simbolo nel mondo contemporaneo deve fare i conti con la comunicazione onnipresente. Delle violazioni e delle lotte in Iran, purtroppo, sappiamo già molto e, soprattutto, il simbolo delle ciocche raccolte in Italia non aggiunge nulla.

La comunicazione contemporanea ci mostra chiaramente che vi è una violazione dei diritti in corso, e il corpo di Mahsa ne è (questo sì, totalmente) simbolo.

Il taglio delle ciocche per i musei non influenza le opinioni, non ci dà nuove informazioni o inediti punti di vista, non mette in alcun modo in dubbio il nostro pensiero e mantiene ferme posizioni già prese.

Ecco perché non è un simbolo, ma un segno. Non è un simbolo perché non introduce in una strada da percorrere, ma è un segno perché afferma una posizione.

Questo segno afferma semplicemente che, chi lo compie, è “nel giusto”. Non indica nulla né altre realtà, afferma che quella persona fa parte dei giusti perché accetta la posizione condivisa da chi si autoafferma nel giusto (che lo sia o meno).

Così si capisce facilmente la stupida posizione del professore di liceo, che non capendo la differenza tra simbolo e segno vuole impartire la lezione sul come essere giusti (ovvero ‘essere-indicati-come-giusti‘).

Tagliarsi una ciocca di capelli mentre si va al MAXXI di Roma non è un simbolo di protesta, ma un segno di autocompiacimento. Non so quanto un gesto del genere possa avere conseguenze, e spero che nessuno si illuda veramente di cambiare una virgola della storia in questo modo. I simboli possono avere molto potere, i segni invece possono molto compiacere le coscienze.