Sindrome di Stendhal: esiste davvero? … no

Sindrome di Stendhal: esiste davvero? ... no

Sindrome di Stendhal: esiste davvero? … no Oggi proviamo a mettere in dubbio l’esistenza della Sindrome di Stendhal, fenomeno che diamo per scontato noi altri durante le riunioni del thè delle 15 nel nostro palazzo. La Sindrome di Stendhal è un “complesso di manifestazioni di disagio e sperdimento psichico conseguenti a una forte esperienza emozionale subita, in particolare, da visitatori di  centri storico-artistici dove più forte e caratterizzante è il contesto culturale” (Treccani).

Vogliamo dirla facile? E’ un senso di capogiro davanti a un’opera d’arte in un museo.. più o meno…

Da dove nasce la Sindrome di Stendhal

Partiamo dalla sua prima formulazione.

Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere.

Sindrome di Stendhal: esiste davvero? ... no

Così la descrive lo scrittore francese Stendhal, all’anagrafe Marie-Henri Beyle, durante il suo viaggio italiano nel 1817. Sta parlando della sua intensa esperienza nella cappella del Voleterrano, in Santa Croce… o almeno così sembra. Perché se poi approfondiamo questa epifania scopriamo che nella prima edizione di ‘Roma, Napoli e Firenze‘ (Rome, Naples et Florence), testo nel quale Stendhal scrive la famosa frase, non c’è traccia della sindrome.

Direte voi, “magari era troppo personale per scriverla e poi si è deciso”… mmmm… Firenze nella prima versione è descritta come “volgare” e non c’è accenno a particolari bellezze. Insomma, la riedizione dell’esperienza sembra proprio un racconto alla Stendhal, pieno di romantico momento ma inventato.

L’ipotesi psicanalitica della sua esistenza e gli studi

Ok, però oggi la Sindrome di Stendhal è a tutti gli effetti una patologia che si può manifestare. Stendhal avrebbe solo inventato una cosa che succede ad altri.

Per l’Italia, qui entra in gioco la psichiatra fiorentina Graziella Magherini, studiosa di storia dell’arte e in particolare del lavoro di Michelangelo, poi diventata presidente dell’International Association for Art and Psychology. Durante gli anni ’70 ipotizza la reale esistenza di questa psicopatologia e, nel 1977, osserva e studia 106 casi di turisti stranieri in visita a Firenze colpiti improvvisamente da attacchi di stordimento di breve durata durante esperienze di visite culturali.

Riesce anche a profilare il prototipo: sesso maschile, età fra i 25 e i 40 anni, alto livello di istruzione, di cultura occidentale e viaggiatori solitari.

E anche qui cerchiamo di andare un po’ oltre queste certezze. La Magherini prima di tutto descrive sintomi ad ampio raggio, per dir poco. Si passava da allucinazioni uditive, a illusioni visive, umore alterato, euforia, ansia o delirio, e questi sono solo alcuni. Insomma, a dispetto della precisione del paziente, scelto con accurata cautela, le manifestazioni coprivano praticamente ogni fenomeno di alterazione del normale comportamento… e questo su un flusso turistico degno di Firenze… insomma, strano ne abbia trovati così pochi…

Inoltre, se siamo veramente seri, possiamo immaginare quante scene del genere vedano ogni giorno gli addetti del Louvre, ma possiamo essere sicuri che le medesime scene non le vedano anche gli addetti di un Mc Donald in un giorno qualsiasi? O che nella stessa Firenze, nello stesso momento, altri 1000 turisti non riscontrassero qualcosa di analogo, solo che non erano in un museo o in una chiesa? La ricerca a tutti i costi di uno Stendhal in ogni uomo acculturato e solitario di cultura occidentale sembra aver qui giocato un ruolo fondamentale nel far prevalere il contesto alla manifestazione, in sede di studio.

A ciò si aggiunga che, a fronte di manifestazioni così ad ampio raggio, è quantomeno superficiale raccoglierle tutte in un’unica casistica solo a fronte di un’idea pregressa da dimostrare. E questa idea nient’altro era che una eredità freudiana, una nuova dimostrazione a forza del concetto di ‘perturbante’ (un ricordo impattante rimosso e sbloccato dalla vista concentrata sull’opera d’arte).

Però sia chiara una cosa: i libri e la popolartità della Magherini, spinti da questa idea romantica che sembrava in accordo con l’empirico, sono andati benissimo!

Sindrome di Stendhal: esiste davvero? … no

Oggi per l’ambiente scientifico la Sindrome di Stendhal non solo non è una sindrome nel senso tecnico, ma non pone più alcun interesse. L’unica cosa che viene riconosciuta è la possibilità di avere emozioni forti davanti a un’opera d’arte, e che un intero viaggio culturale metta a dura prova la nostra resistenza. Insieme a “quando hai fame meglio mangiare” e “attenti alle ore calde in estate”, credo che il palinsenso di un TG generalista sia fatto.

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