ShareArt: i musei di Bologna alla disperata ricerca della mediocrità. L’Istituzione Bologna Musei ha deciso di installare diversi device che registrano il comportamento dei visitatori davanti alle opere d’arte esposte. Il progetto si chiama ShareArt, è stato creato e presentato da ENEA, agenzia per le nuove tecnologie, e utilizza a tratti l’intelligenza artificiale e i Big Data per interpretare le reazioni, il coinvolgimento e i gusti dei fruitori delle mostre ed esposizioni.

Attraverso questi dati le istituzioni possono orientare le proprie scelte su cosa e come esporre, come creare i percorsi attraverso gli spazi, dove installare i punti di interesse e indirizzare le decisioni per i prossimi eventi.

ShareArt: i musei di Bologna alla disperata ricerca della mediocrità

Sembra tutto perfetto! E invece siamo alla disperata ricerca della mediocrità (parere personale).

La presentazione del progetto ShareArt

Attraverso una telecamera posizionata nei pressi dell’opera, il sistema rileva automaticamente i volti che guardano in direzione dell’opera stessa, acquisendo dati relativi al comportamento degli osservatori come, ad esempio, il percorso compiuto per avvicinarsi, il numero di persone che l’hanno osservata, il tempo e la distanza di osservazione, il genere, la classe di età e lo stato d’animo dei visitatori che osservano

Queste le roboanti parole che sanno di futuro pronunciate dai quattro esperti ENEA Stefano Ferriani, Giuseppe Marghella, Simonetta Pagnutti e Riccardo Scipinotti, autori del priogetto. Se non bastasse, ci si mette anche Roberto Grandi, presidente Istituzione Bologna Musei. Il suo proclama sembra partire bene:

Vi sono domande che si rincorrono tra le mura di un museo. In cosa consiste il gradimento di un’opera? Quali sono le variabili personali e ambientali che influiscono su questo gradimento? Le risposte tradizionali sono troppo approssimative

E da qui ci si aspetterebbe qualcosa di meglio di quel che segue…

Non solo il modo di osservare ma anche come si arriva all’opera e quanto tempo la si osserva sono aspetti che aiutano i curatori dei musei a comprendere meglio i comportamenti dei visitatori e i ricercatori ad approfondire le dinamiche della percezione del gradimento attraverso la raccolta e l’elaborazione di un grande numero di dati. È un percorso affascinante e siamo soddisfatti di poterlo affrontare con una istituzione scientifica di eccellenza come ENEA».

Il gradimento dell’opera“, questa cosa stupenda che le nuove tecnologie riescono a captare… ma non è favoloso?! (si capisce l’ironia?)

Come nasce e funziona ShareArt

ShareArt: i musei di Bologna alla disperata ricerca della mediocritàLa misura del “gradimento” è possibile grazie all’applicazione dei big data su parametri rilevati al visitatore: le telecamere raccolgono le informazioni per inviarle a un server centrale, vengono attivate dallo sguardo verso l’opera specifica, ne analizzano tempo, durata, distanza tenuta o variata, metodo di avvicinamento, numero di persone, interazione con altri device, il genere, la classe di età e lo stato d’animo.

Il sistema ShareArt, secondo i suoi promulgatori, nasce anche come risposta alla condizione drammatica delle istituzioni espositive dopo la pandemia. Grazie a questa tecnologia si può, prima di tutto, tenere sotto controllo distanze e assembramenti, per evitarle poi nel progetto successivo, mappare l’uso di mascherine e aiutare i curatori a rendere maggiormente attrattiva la selezione di opere.

ShareArt: i musei di Bologna alla disperata ricerca della mediocrità

ShareArt: i musei di Bologna alla disperata ricerca della mediocrità

Non voglio sostenere che i musei, le gallerie o le istituzioni che aprono l’arte al pubblico siano luoghi elitari, o che questa dovrebbe essere la loro missione. Faccio a meno di queste idee fossilizzate. Tuttavia mi fa schifo l’idea che un museo si comporti come un social, rincorrendo il gradimento del grande pubblico (che mediocre lo è per definizione) e facendo determinate scelte solo perché hanno ricevuto dei ‘like‘ in più.

Se qualcuno di ENEA o di Bologna Musei dovesse leggere queste parole, ne sono sicuro, avrebbe da ridire. Immagino cose del tipo:

“… questa tecnologia non serve a indirizzare le nostre scelte, ma solo a far capire meglio al visitatore l’arte esposta e a tenerlo in sicurezza” o anche “sono tutti dati che aiutano i curatori a capire se l’esposizione funziona e ad arricchire le nostre conoscenze in materia… (blablabla)

Belle parole, solo questo. Una pezzetta di tessuto su un buco grande come un braccio. Non si può far finta che questo non sia un approccio teso a guardare “il gradimento” per inseguirlo, per titillarlo, per fare numeri più grandi. E come si fanno i numeri più grandi? Dando maggior “gradimento” la prossima volta… non vedo come ciò sia evitabile a rigor di logica. Questo inseguimento del “gradimento” cambia le scelte di opere, di approccio, di approfondimento? “NO!” diranno subito… ma lo dicono loro, e al prossimo presidente di Bologna Musei (ma credo anche al presente) sembrerà ovvio fare ogni volta un passo in più, in fondo suona meglio “abbiamo avuto 100.000 visitatori in più” rispetto a “abbiamo comunicato meglio le opere esposte“.

E i curatori? Certo, in un primo momento scommetto nella loro felicità: meno lavoro e meno responsabilità. Però se funziona questo modo di esporre sarà abbastanza chiaro a tutti l’esubero di lavoro che dichiarano ogni volta che presentano un progetto.

Ed ecco, infine, che questa tecnologia, ripugnante nel suo futuribilissimo utilizzo, incancrenirà i gusti e le aspettative del pubblico, dando sempre di più ciò che le persone si aspettano, facendo aumentare il loro “gradimento” con escamotage facili e opere già famose (percorso che ha visto tra gli apripista più di basso livello le ‘mostre experience’).

ShareArt: i musei di Bologna alla disperata ricerca della mediocrità

L’unica cosa che mi consola è che musei e istituzioni espositive d’arte sono già, a parer mio, luoghi morenti, dove non c’è il battito della vita artistica e dove un artista deve stare sempre attento a mettere piede.
LEGGI ANCHE: “ReDraw: l’App che trasforma i selfie in quadri indica derive contemporanee