Come la religione sta salvando la natura in India. L’India negli ultimi anni è stata il centro di un esperimento sociale non voluto consciamente, ma che ha visto un’istituto umano antico come la religione avere, per molti versi, molto più impatto sulla sostenibilità e sulla salvaguardia dell’ambiente di parecchie altre pratiche contemporanee.

Partendo anche solo dai circa 100.000-150.000 boschi sacri in tutta il territorio, per arrivare alla protezione delle biodiversità e, incidentalmente, di molte specie in via di estinzione, oggi vediamo insieme come ciò avvenga in modo… naturale.

Come la religione sta salvando la natura in India: i culti rurali

“È qualcosa che è radicato in ogni fedele indù: templi, alberi e stagni sono tutti pensati per essere uno spazio collettivo di culto” (Lakshman Acharya, sacerdote del tempio di Pallalamma nell’Andhra Pradesh)

La maggior parte dei culti rurali in India vede l’essere umano come una continuazione della natura, come uno degli elementi in equilibrio con e per essa. Venerare piante, animali, fiumi e montagne vuole dire prima di tutto venerare i loro antenati.

C’è poi la conservazione di interi luoghi naturali, come i boschi sacri, considerate case degli dei dove ogni azione violenta fa infuriare la presenza divina. Ma il tutto è molto più complesso: la divinità stessa, seppur ‘abitandovi’, si manifesta con la natura, e così se in un bosco sacro si uccide un serpente, molti altri ne nasceranno e si vendicheranno sul colpevole. Rispettare la natura, in questo senso, fa sì che la natura stessa sia gentile con la popolazione, che la nutra, che non provochi disastri.

Salvaguardia dell’ambiente in India: esempi pratici

Così si potrebbe descrivere in generale il culto e il rapporto con la natura di queste fedi. Tuttavia l’India è molto grande e fare alcuni esempi specifici può aiutare a capire di più.

Come la religione sta salvando la natura in India

I pescatori indù e musulmani proteggono e venerano le immense foreste di mangrovie delle Sundarban, sul delta del fiume Gange. Questo lo fanno perché in cambio abbiano protezione contro le tigri. Adorano così la dea Bonbibi chiedendole intercessione, ma al contempo conservano un habitat che contiene piante a rischio estinzione come la culatta dell’orso, la palma nipa e la mela di mangrovia, unitamente ad animali minacciati come il gatto pescatore, il coccodrillo di estuario, la lontra comune, la lucertola e il delfino del fiume Gange tutelando e salvaguardando l’ambiente.

Nel Nord-Est dell’India si trovano invece le tribù Gharo e Khasi che difendono i loro boschi sacri da qualsiasi ingresso umano. In essi non raccolgono neppure loro nè frutta nè fogliame. Al centro del sub-continente ci sono poi i Gond, che proibiscono ogni abbattimento volontario di alberi, ma solo l’uso di ciò che naturalmente cade.

Non solo preservare, anche restaurare

Ma non tutto è preservazione e salvaguardia dell’ambiente . Molto del lavoro in India, spinto soprattutto dai comitati di impronta religiosa, si basa sulla ricostituzione. L’AERF (Applied Environmental Research Foundation) in tal senso è uno degli agenti più importanti, avendo restaurato 80 boschi sacri.

A questo si è unito un piano governativo, che tutt’ora deve dimostrare la sua effettiva condotta, che vede l’India entro il 2030 aumentare l’attuale copertura arborea da 25 a 30 milioni di ettari. Questo movimento sarebbe per ora confermato dai dati del 2021, ma purtroppo non c’è certezza che continui. Inoltre, secondo il Global Forest Watch, in parallelo a tale ripopolamento boschivo, l’India avrebbe comunque perso 376.000 ettari di foresta primaria umida tra il 2001 e il 2021, tale fatto per ricordarci che non tutti gli ambienti naturali sono uguali, e che una serie di alberi possono rivelarsi irripetibili anche se se ne piantano altri.

Nonostante tutto ciò, sono gli stessi osservatori internazionali a mettere l’accento sull’importanza dei boschi sacri in India:

“I boschi sacri sono utili in quanto possono svolgere un ruolo vitale nel raggiungimento degli obiettivi climatici dell’India. Se ogni villaggio avesse qualche ettaro di foresta sacra, migliorerebbero sicuramente l'[ambiente] locale (…) Non sono una soluzione completa, ma parziale per proteggere la nostra biodiversità e anche cruciale per combattere il cambiamento climatico”.