Ricehouse: la start up che crea le case con il riso

Ricehouse: la start up che crea le case con il riso

Ricehouse: la start up che crea le case con il riso. Non c’è niente da fare: noi donne siamo portate per la sostenibilità, siamo forti nell’imprenditoria, e quando queste due cose vanno insieme è il caso di parlarne. Qui su NonSoloWork ci occupiamo sempre di più di start up e iniziative imprenditoriali al femminile che portano nel mondo l’attenzione verso la sostenibilità. Qualche esempio che abbiamo già incontrato?

Vai a scoprire le loro storie e appassionati come noi al loro successo.

Ricehouse: la start up che crea le case con il riso

Oggi parliamo di Ricehouse, una start up al femminile nata nel 2016, in Italia, che vuole intervenire in modo sostenibile nel settore dell’edilizia. Il nome dice già tutto: creare case con un chicco di riso!

L’intuizione, come spesso capita nel mondo della sostenibilità, arriva osservando un caso di spreco. La filiera di produzione e commercio del riso, infatti, comporta ogni anno scarti che vanno smaltiti introducendo così altro inquinamento nell’ecosistema. E non è una filiera da poco: circa 160 milioni di ettari sono coltivati a riso in tutto il mondo (attorno al 10% dell’intera superficie arabile del pianeta) e quasi il 70% della popolazione sul pianeta consuma come risorsa principale proprio il riso. L’Italia, poi, in Europa ne è la maggior produttrice, circa la metà del totale continentale.

Lo smaltimento degli scarti di una filiera così imponente, come è facile capire, procura veri e propri squilibri territoriali in quanto a sostenibilità. Tanto nel piccolo che nel grande:

Un ettaro di risaia produce 7 tonnellate di riso, quindi di nutrimento effettivo, e oltre 10 tonnellate di scarti, composti in parte dalla paglia che sta in campo e che gli agricoltori bruciano, in parte dalla lolla (la pelle del chicco) e dalla pula, ma non solo

Ricehouse: la start up che crea le case con il riso

E’ l’architetto Tiziana Monterisi, co-fondatrice e CEO della start up, che nel 2016 decide che qualcosa si può fare.

Se invece di incendiare la paglia di riso e la lolla, ad esempio, li utilizzassimo per la creazione di prodotti per il settore edilizio, andremmo ogni anno a sottrarre nel mondo un milione e mezzo di tonnellate di CO2, di cui in Italia circa 2mila tonnellate, e questo solo per non averla bruciata

Da riso a materiale edilizio di qualità

E’ proprio nel riso allora la soluzione a molti problemi: prima di tutto è un materiale onnipresente, in ogni continente e latitudine, se utilizzato poi come materiale edile ha proprietà isolanti e assorbenti della CO2. Ma ancora più importante, la sua stessa produzione per nutrimento prevede la possibilità di un riutilizzo degli scarti, non andando quindi, questo utilizzo per l’edilizia, a sottrarre ulteriori terreni utili.

Ricehouse ha scelto quindi di porre in atto un sistema molto semplice: chiedere ai risicoltori di dare tutto ciò che comunque scarterebbero: “(…) la lolla, la paglia, la pula, le ceneri, l’amido, l’acqua di cottura… tutto quel 30% che viene scartato e non si può mangiare, per noi diventa materia prima utilizzabile”.

Ricehouse: la start up che crea le case con il riso

Un nuovo modello sostenibile (al femminile)

Ricehouse decide quindi di impostare un nuovo modo di costruire case, immettendone la produzione in circolo virtuoso di reimpiego e riutilizzo delgi scarti. Ma questo non deve far pensare a materiali scadenti, anzi: le materie che vengono prodotte dal riso sono altamente performanti in quanto a isolamento e riscaldamento. Durano molto e resistono a muffe e fuoco. Il prezzo con il tempo si stabilizzerà, tuttavia già oggi non è elevato e fa concorrenza ad altri materiali di origine naturale che però, a sua differenza, non risultano sostenibili questo alto livello.

Ricehouse

Il nostro è davvero un modello di economia circolare. Partiamo dal campo di riso, senza sottrarre ulteriori terreni. L’agricoltore quindi continua a produrre cibo che ci sfama, e noi in cambio gli chiediamo non solo di darci lo scarto, ma di darcelo lavorato in un determinato modo secondo un determinato protocollo, e questo è un lavoro che noi paghiamo. Valorizziamo il lavoro umano che l’agricoltore fa per rendere quel sottoprodotto agricolo un materiale che dialoga col mondo del cantiere. Questo materiale viene poi lavorato e mandato nei centri di produzione, tutti italiani; infine, noi immettiamo i prodotti nel mercato attraverso B2B o B2C”.

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