“Resilienza” è una parola piena di pericoli, basta usarla! Negli ultimi anni la parola “resilienza” ci ha circondati, seguiti, è comparsa in ogni modo in ogni contesto. Una ricerca sul ‘trend hashtag’ ci dice che il suo uso compulsivo risale addirittura al 2014, quando gli indici hanno iniziato ad alzarsi lievemente. Inutile dire quale fenomeno mondiale l’ha portata ad essere considerata uno status symbol per intere nazioni. Oggi qualsiasi comunicazione istituzionale sembra non poterne fare a meno, fino al recente annuncio del PNRR, Piano nazionale di ripresa e resilienza. La resilienza, prima atteggiamento filosofico, oggi viene eletta a strategia.

E l’arte contemporanea? Credo che l’uso di questo termine sia secondo solo all’ego nelle parole dei critici, dei galleristi, degli artisti, dei cultori e appassionati. Secondo me, tuttavia, questa parola cela dei pericoli ma, affinché non mi si tacci di uscire dalla terminologia, prima si faccia una breve storia.

Breve storia del termine ‘resilienza’ dal Seicento a oggi

resilienza [re-si-lièn-za] n.f.

1. (fis.) proprietà dei materiali di resistere agli urti senza spezzarsi, rappresentata dal rapporto tra il lavoro necessario per rompere una barretta di un materiale e la sezione della barretta stessa

2. capacità di resistere e di reagire di fronte a difficoltà, avversità, eventi negativi ecc.: resilienza sociale (cfr. garzantilinguistica.it)

Una storia della resilienza non può che partire dal termine italiano, utilizzato per la prima volta nel XVIII Sec e riguardante la capacità dei corpi di rimbalzare, di tornare indietro. La radice latina è resilire, re-salire, ‘saltare’, ‘ritornare’, ‘rimbalzare’, per estensione ‘ritirarsi’ o ‘contrarsi’. La versione in latino girava nei trattati italiani di fisica già dal Seicento, e in fisica rimase nel suo participio presente, ovvero come ‘resiliente’ (un corpo è resiliente se ha qualità elastiche in grado di assorbire un colpo). ‘Resilienza’, invece, praticamente sparisce dalla lingua.

La moda arriva dall’uso inglese

La venuta in voga di ‘resilienza’ passa attraverso l’inglese. Gli italiani avevano completamente dismesso ogni uso del termine, quando l’aggettivo resiliens, a inizi 2000, è stato un vero mantra nella comunicazione anglosassone. Gli inglesi avevano già nella loro tradizione letteraria un largo uso di questo termine, che nel parlato comune aveva assunto abbastanza precocemente un allargamento di senso. Dal termine scientifico si era passati velocemente al verbo non specialistico to resile ‘respingere, rinunciare, ritirarsi, contrarsi’, che in breve era passato a indicare la capacità di adattamento in psicologia e, in seguito, nella vita quotidiana.

Resilienza nel parlato di oggi in Italia

Oggi la parola resilienza è entrata anche nella lingua italiana in tutti i campi: in ecologia definisce “la velocità con cui un sistema ecologico ritorna al suo stato iniziale, dopo essere stata sottoposta a una perturbazione (…)”, in psicologia è una competenza che è possibile acquisire o rafforzare. L’economia ne ha fatto una parola d’ordine legandola ai concetti di “decrescita felice”; la politica la invoca per ogni cambiamento non gradito dall’elettorato.

Le arti, infine, ne fanno “man bassa” utilizzandola per qualsiasi concorso, spettacolo, premio e comunicazione eventuale. Oggi, nel panorama artistico, dubito che potremmo dire che abbia ancora un senso.

"Resilienza" è una parola piena di pericoli, basta usarla!

I bui pericoli nascosti nella ‘resilienza’

Ora che abbiamo risolto alcuni dubbi terminologici, parliamo di rappresentazione: come è accolta dall’ascoltatore questa parola?

‘Resilienza’ parla subito all’orecchio: assomiglia a ‘resistenza’, un valore positivo e condiviso, comunque la si pensi. Resistere è segno di coerenza e forza. Dopo che ci ha ammaliati con la nostra stessa forza, decide di cedere al suono mellifluo, a quella “-lienza”, a quel suono che sa già di laissez faire.

Questa parola, che indica cambiamento, ci imprigiona nel suo stesso cambiare mentre la leggiamo. Esprime se stessa e incede in un percorso empatico verso chi l’ascolta (perché sì, siamo noi che la lasciamo entrare, diventando resilienti).

Non c’è dubbio che in contesti di analisi del sé questo termine porti grandi insegnamenti. Il cambiamento è parte di noi, la vita non può che essere accettata in tal movimento. Ma bisogna stare molto attenti appena si cambiasse ambito. E’ qui che nasce un pericolo.

"Resilienza" è una parola piena di pericoli, basta usarla!

Quando è l’istituzione a usare il termine ‘resilienza’ il contesto è pericoloso. Economia e finanza, politica e comunicazioni istituzionali stanno mandando un messaggio ambivalente.

La resilienza, inconsciamente o meno, ci fa accettare due principi, ovvero due insegnamenti: prima di tutto che non vi è mai un individuo, ma sempre una forma cangiante. E’ il cambiamento che va tutelato, anche a discapito del singolo. Il secondo insegnamento è che il singolo deve accettare il cambiamento, mutando in favore di esso, e non deve in alcun modo ostacolarlo.

Capirete bene che questi due insegnamenti, detti da chi detiene il potere, nascondono zone d’ombra molto oscure. Quando sento una carica pubblica parlare di resilienza prima la disprezzo per la sua rincorsa all’hashtag, poi la intendo come pericolosa se nel momento sbagliato.

E le arti? Che convenienza hanno nell’abusare del termine?

Le arti sono come i lacchè del re: se il re ride, esse ridono, se piange, esse piangono.

"Resilienza" è una parola piena di pericoli, basta usarla!

Foto nell’articolo: Francesca Woodman

LEGGI ANCHE