Come e perché la Cina controlla e influenza il mercato del carbone. Il cambiamento climatico è più che mai in mano allo stato più popoloso e produttivo del mondo intero. La Cina è il più grande finanziatore mondiale di carbone e ha deciso di chiudere gli investimenti all’estero. Che effetti avrà questa decisione sul cambiamento climatico?

Come la Cina è diventata l’indiscussa padrona del mercato del carbone

A inizio anni 2010 il carbone come combustibile venne sottoposto a crescenti pressioni: gli attivisti di tutto il mondo occidentale portarono avanti la battaglia per limitare l’uso del carbonio, elemento molto importante nell’inquinamento industriale. A fronte di queste spinte, entro il 2015 almeno 100 banche di investimento, tra le quali la Banca mondiale, la Banca interamericana di sviluppo e la Banca europea per gli investimenti, dismisero le miniere di carbone e le centrali elettriche a carbone.

Quello che l’intero mondo occidentale non aveva previsto all’epoca era l’interessamento della Cina (o per lo meno, vi fu chi non volle vedere). Tra il 2013 e il 2018 lo stato cinese si buttò a capofitto nel vuoto di investimenti lasciato dalle banche, diventando finanziatore quasi al 50% delle centrali elettriche a carbone dell’intero pianeta.

Questi investimenti elessero la Cina a ‘prestatore di ultima istanza per molti paesi africani e asiatici che desideravano uscire a basso costo dalla dipendenza energetica estera. Molti paesi in via di sviluppo scelsero il carbone come via energetica interna a basso costo, senza pensare troppo che gli impianti, seppur nazionalizzati o interni, erano comunque finanziati dallo stato cinese.

In questo modo, fino a oggi, la Cina è diventata non solo il maggior finanziatore dell’energia a carbone, ma anche la banca di prestito di moltissimi paesi in via di sviluppo.

Perché e come la Cina controlla e influenza il mercato del carbone

La decisione di non finanziare più il carbone all’estero

All’Assemblea generale delle Nazioni Unite di settembre, il presidente cinese Xi Jinping ha annunciato che lo stato cinese non costruirà o finanzierà più nuove centrali a carbone all’estero.

A settembre, la Cina stava valutando di finanziare altre 44 nuove centrali a carbone d’oltremare in 20 paesi, ovvero un quarto di tutto il futuro patrimonio energetico a carbone del pianeta. Il retromarcia ha letteralmente spazzato via anni di investimenti e sicurezze.

L’ambiguità dell’annuncio è anche la sua bellezza: un finanziere cinese d’ora in poi dovrà pensarci due volte prima di qualsiasi nuovo investimento, anche se già formalmente confermato“, afferma Byford Tsang, consulente politico senior per la Cina presso il gruppo di esperti sul clima E3G.

Gli effetti dell’annuncio non si sono fatti attendere: le istituzioni finanziarie cinesi per lo sviluppo e le banche controllate dallo stato avevano già finanziato 36 miliardi di dollari per 102 gigawatt in centrali a carbone estere decise nel 2018. Stati interi avevano puntato fortemente sulla costruzione di centrali a carbone, primi tra tutti Vietnam, Indonesia o Kenya.

Le nazioni in via di sviluppo avevano raddoppiato la tecnologia del carbone e costruito molto più del necessario, motivo per cui abbiamo molte nazioni in via di sviluppo con una grossa fetta del loro mix energetico proveniente dal carbone” (Suarez).

Inutile dire che la nuova svolta cinese lascia gli alti investitori e interi paesi stranieri in seria difficoltà.

Perché e come la Cina controlla e influenza il mercato del carbone

I motivi della svolta

Riuscire a interpretare le decisioni politiche dello stato cinese è qualcosa di molto difficile. Non perché si muova in molti modi paralleli, sotterranei e anche contraddittori tra loro (cosa che fa assolutamente), ma perché ha una visione diversa da quella occidentale.

Una scelta di questa portata ha motivi che lo stato cinese intravede in decenni a venire. Le motivazioni non dovrebbero essere ricercate sulle ricadute immediate, ma su una strategia a lunghissimo termine (opera che solo le dittature possono permettersi, naturalmente).

  • Certo è che i difensori della Cina possono ora gridare alla svolta ecologica: paesi come il Kenya, solo a causa delle scelte iniziate per i finanziamenti dalla Cina, sarebbero dovuti uscire da ogni accordo climatico preso in precedenza. Le scelte carbonifere avrebbero prodotto un disboscamento e un’emissione tali da far saltare ogni patto internazionale (scelta che era prevista). Tuttavia, notizia di pochi giorni fa, la produzione interna di carbone è incredibilmente aumentata, contraddicendo anche i proclami iniziali, oltre che le ipotesi di scelta green.
  • Dall’altra parte ci sono i detrattori della Cina: con questa manovra, affermano, lo stato sega le gambe e le basi economiche a un intero livello dirigenziale interno, imponendosi come giocatore onnipotente nelle transazioni private, anche se pianificate e organizzate da lui stesso.
  • Una posizione intermedia sottolinea che dal 2017 al 2021 vi è stato un numero di annullamenti di investimenti cinesi nel carbone quattro volte superiore alla media. Questo indicherebbe che la svolta è solo la decisione finale verso un mercato che non convince più (ma anche questa teoria sembra contraddetta dagli investimenti interni).
  • Infine ci sono i convinti dell’occidente, quelli che in questi giorni, su varie testate più o meno importanti, divulgano la notizia che i tribunali nazionali e le associazioni green hanno fatto cambiare idea allo stato cinese. Altri, su questa falsariga, ipotizzano che l’opinione pubblica cinese abbia finalmente messo la giusta pressione ai propri governanti perché cambiassero rotta. Tuttavia quest’ultima ipotesi rimane contraddetta dai fatti: la Cina mantiene intatto il finanziamento e il consumo interno di carbone, rimanendo attualmente l’utilizzatrice di più della metà del carbone mondiale con tre miliardi di tonnellate solo nel 2020.
Perché e come la Cina controlla e influenza il mercato del carbone

Ipotesi di più ampio respiro

Le motivazioni precedenti hanno sicuramente delle verità interne. Uno stato come quello cinese, poi, affronta contemporaneamente più progetti seguendo più linee guida. La storia recente ci indica anche che le linee seguite sono spesso trattate a camere stagne, e interi settori statali perseguono sinceramente la sostenibilità ambientale, per poi scoprirsi parte di un progetto più ampio.

Ad oggi, per esempio, la Cina è anche la maggior produttrice mondiale di energia solare ed eolica. Le sue tecnologie sono esportate in tutte le nazioni e la sua ricerca è molto avanzata. Questo potrebbe farci dire che, nonostante l’utilizzo intensivo del carbone, vi è una ricerca di sostenibilità importante.

Quello che poco convince, visto anche nelle ultime riunioni per l’ambiente, è però la totale assenza della Cina negli accordi tra stati per il cambiamento climatico, rifiutandosi di accettare qualsiasi impegno temporale.

Quello che tutte queste strategie in contraddizione potrebbero far sospettare (forse più che sospettare) è che la Cina in verità lavori per destabilizzare a lungo termine intere nazioni. Le scelte energetiche cambiano con il cambiare delle scelte delle nazioni dove portare investimenti. Diventando produttore quasi esclusivo di energia (anche pulita!) la Cina si metterà sempre in posizione di creditore, di banca per le nazioni, e quando vorrà entrare in modo serio nella direzione di uno stato non le basterà che annunciare improvvisamente una svolta strategica e procurare una crisi. Anche qualora non vi fosse un chiaro piano in tal senso, sarebbe stupido non vederlo in atto.

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