Perché diciamo “auguri” e quando porta sfortuna? Oggi ci facciamo gli auguri per le feste che stanno iniziando, ma a modo nostro. Vi siete mai chiesti perchè tutti diciamo “auguri”? Tante parole sembrano così scontate eppure celano una storia lunghissima e interessante.

Perché diciamo “auguri” e quando porta sfortuna?

Originariamente l’Augurio era una cerimonia dell’antica Roma. Durante questo evento gli auguri, sacerdoti che prevedevano la fortuna attraverso i segni della natura, leggevano i vari presagi che avrebbero costellato la vita della città durante l’anno.

In tal senso l’augurio diventa una previsione, ma non sempre nasce da una speranza o da un evento lieto. Se pensiamo a quando durante un matrimonio piove, tutti gli invitati si accalcano a dire che è di “buon augurio”, e cioè anche un evento spiacevole può essere letto e vaticinato come portatore di fortuna.

Perché diciamo "auguri" e quando porta sfortuna?

Scambiarsi gli auguri, quindi, esprime la volontà che l’oggi porti lieti eventi al domani, perché questi ultimi sono già in un certo senso presenti.

Quando porta sfortuna?

Capite adesso perché i veri scaramantici odiano questa parola? Invocandola si pone l’attenzione su qualcosa che già esiste, ma non si è ancora manifestato, per questo può essere predetto. Ma dicendo “auguri” quella cosa potrebbe cambiare, perché sarebbe dovuta apparire inaspettatamente, come la fortuna fa, e l’averla messa in vista potrebbe far cambiare gli eventi.

Chi erano gli Auguri

Gli auguri erano sacerdoti dell’antica Roma con il compito di interpretare la natura per capire il volere degli dei. I segni che cercavano erano per lo più riguardanti il volo degli uccelli, il tipo di volatili che comparivano, se in gruppo o da soli… Questa funzione si ritrova in quasi tutte le civiltà antiche, e Roma prese molto dall’augure etrusco per definirne la figura.

Per la strada li si riconosceva per il bastone ricurvo a forma di punto interrogativo, lituo, e chi li offendeva rischiava fino alla morte. Vennero ufficialmente aboliti da Teodosio I sul finire del IV secolo