PAC: quando la discoteca diventa arte?

PAC: quando la discoteca diventa arte?

PAC: quando la discoteca diventa arte? Per chi non lo conoscesse, il PAC è il Padiglione di Arte Contemporanea di Milano. Nel fine settimana del 2 Marzo la sera si trasforma in disco-club (lo so, è una definizione agée per discoteca, ma è voluta).

Discorivoluzione

La mostra che occupa le sue sale ripercorre la storia del clubbing dagli anni ’60 a oggi. “Discorivoluzione“, questo il titoto. Durante il giorno appassionati e silenziosi visitatori potranno godere di un’estetica che ha, in parte, segnato un’epoca, mentre la sera saranno attivi dj-set che proporranno le musiche dei locali storici, come il newyorkese Studio 54.

Lo scopo della mostra è cercare di analizzare il ‘clubbing’ come fenomeno culturale oltre che sociale. In tal senso si cercano di tirare fili che compongano un ordine estetico e di contenuto che permetta di vedere anche indipendentemente dal panorama storico una dinamica che ha prodotto e ricevuto, creato e influenzato.

PAC: quando la discoteca diventa arte?

Un’indagine che raccoglie testimonianze, tracce e frammenti di un mondo effimero e rivoluzionario ancora capace di intercettare il contemporaneo con storie che hanno anticipato la sua complessità sociale e culturale. Musica elettronica, danza, dress code, affermazione della propria identità e lotta per i diritti civili hanno rappresentato un superamento della pura scala materiale di questi Interni discomusicali, trasformandoli in luoghi di elaborazione e sperimentazione di un nuovo ecosistema (transterritoriale) del cambiamento.” (comunic. PAC)

PAC: quando la discoteca diventa arte?

Per due serate il PAC diventa poi, come detto, un club. E qui, devo dire, possono nascere molte domande.

E’ ancora arte? Che differenza ci sarebbe con un vero club, in fondo? Non sembra una semplice serata esclusiva mascherata da impresa intellettuale? Negli USA non si contano le serate a tema, di ballo, private ed esclusive che occupano ogni settimana posti prestigiosi come il Metropolitan e il Guggenheim, ma come tali vengono semplicemente vendute. Qui invece l’affare puzza di pretesa di fare banale clubbing senza sporcarsi le mani: divertirsi sì, ma non come i “‘poracci”!

E’ di certo un dubbio che può essere superato dalla ormai vecchia consapevolezza che un evento è influenzato dal contenitore. Decontestualizzare è la parola d’ordine, cambia l’oggetto e l’evento guardato e lo pone nella critica del contemporaneo.

Molti sostengono che le discoteche contemporanee vivono in assenza di gravità ideologica e rappresentano dei luoghi di pura astrazione e divertimento. Forse è anche vero, ma se allarghiamo lo sguardo in territori periferici della cultura discomusicale ci rendiamo conto che le discoteche sono, ancora oggi, dei veri e propri luoghi di negoziazione, anche quando apparentemente irrilevanti” (Davide Colaci, Artribune)

Vedete? Non si stanno divertendo, stanno analizzando. E io ci credo ma, in ultimo, mi assale un dubbio, quello finale. Davanti all’orinatoio, madre di tutte le decontestualizzazioni contemporanee, il pubblico si interroga. Questo lo rende grande. Durante la serata clubbing veramente qualcuno si interrogherà?

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