Mostre immersive: il futuro dei luna park? Sempre più l’esperienza di una mostra o di uno spazio dedicato all’arte viene definita “immersiva”. Con questo termine, generico il giusto per rientrare nel lessico dell’arte contemporanea, attentissimo a non prendersi mai responsabilità, si intende un visitatore trasportato all’interno di una situazione o di un ambiente imprevisto e significativo. Potremmo parlare di dislocazione estetica. Il successo di questo tipo di rappresentazione dell’arte è divenuto palese con l’ausilio delle nuove tecnologie digitali, che permettono veri e propri viaggi sensoriali indipendenti da tempi e spazi reali.

Arte contemporanea immersiva in mostra

Alle Serpentine Galleries di Londra ha appena inaugurato ‘Alienarium 5‘, nuovo esperimento espositivo dell’artista francese Dominique Gonzalez-Foerster. Un odore di legna prepara lo spettatore a 5 visori VR che simulano davanti agli occhi un ambiente alieno popolato di vite extraterrestri. Gli stessi i visori ti portano in un indefinito spazio blu elettrico dove nuotare insieme a pixel che sembrano invertebrati oceanici.

Sempre a Londra Superblue ha portato in questi giorni l’installazione immersiva ‘Silent Fall‘, una foresta eterea del duo artistico di Tokyo AA Murakami. Lo spazio è buio, abitato da alberi robotici dai quali nascono bolle “chimicamente complesse” che si gonfiano e scivolano sul pavimento per evaporare in fumo. Ovunque profumo di patchouli e aghi di abete. L’oscurità e il movimento ipnotico delle bolle in un mondo parallelo e robotizzato.

Mostre immersive: il futuro dei luna park?

Contemporaneamente Superblue apre anche a Miami dove, in un magazzino riconvertito, i visitatori si perdono in un labirinto di specchi ideato da Es Devlin, affrontano un’installazione di luce floreale reattiva di teamLab e un Ganzfeld viola di Turrell.

Robert Rauschenberg, Yvonne Rainer, James Turrell e Olafur Eliason, sono questi i nomi che hanno aperto la via per l’uso della luce e degli effetti che il digitale oggi ha fatto letteralmente esplodere nelle possibilità.

Le “mostre immersive”

Diverso è il discorso per quelle che oggi hanno proprio il nome di “mostre immersive”. In questi eventi si presentano per lo più lavori già celebri con tecnologie innovative. Si pensi al ‘baraccone’ di Van Gogh. Le fotografie degli autoritratti dell’artista ingrandite enormemente su tele con il videomapping, i girasoli proiettati su superfici a forma di vaso, il cielo stellato riproposto a cupola per sbragarsi sui pouf, ma in modo artistico e con la musica di sottofondo. Il tutto con l’eleganza di una fiera di paese e l’apparato critico degno di un influencer da social (audio che ci illuminano: “Van Gogh è una rock star”, elencando i cinque prezzi più alti che i suoi dipinti hanno ottenuto all’asta). Lo stesso vale per Klimt, Kahlo, Monet, che diventano solo espedienti per riproporre lo stesso orrore, al servizio del selfie e della noia.

Scelta strategica e sempre più legata ai social

Le motivazioni che fanno esistere questo secondo tipo di mostra e fanno prediligere installazioni immersive in contesti molto seri sono anche finanziarie, non bisogna dimenticarlo. La loro crescente popolarità impone a molte istituzioni una collaborazione per assicurarsi finanziamenti e diversificare il pubblico, le cui aspettative sono state a loro volta modellate da Internet.

L’interazione con il contenuto creato dagli utenti, inoltre, è una vera miniera gratuita per la comunicazione di gallerie d’arte e musei. Le opere d’arte che si prestano maggiormente a una comunicazione social e che attivano i visitatori in tal senso sono sempre più al centro delle esposizioni, basti pensare agli esempi della Rain Room o della la Infinity Mirrored Room di Yayoi Kusama.

Infine, non va mai sottovalutata la semplicità organizzativa ed economica nella scelta di installazioni immersive. Non servirà lo studio di un percorso espositivo, ancor meno il trasporto e l’assicurazione di decine di opere da richiedere a musei o collezioni, l’artista sarà unico e sarà lui a proporre un progetto completo. Ancora meno lavoro per i baracconi di cui si parlava in precedenza, dove a ben vedere basterebbe qualche scarna informazione su dove mettere grossi pannelli e i costosi proiettori.

Mostre immersive: il futuro dei luna park?

Mi viene da pensare, a volte, che tali lavori siano dei perfetti discendenti dei ‘non-luoghi’ di Marc Augè. Quelli originali erano supermercati, catene fast food, tutti luoghi dove comprare le stesse cose a prescindere dal territorio circostante e dal tempo. Isole trasversali alla realtà dove sentire, inevitabilmente, sempre qualcosa di già conosciuto. Mi chiedo allora quale sia il vero prodotto di consumo di massa che questi nuovi non-luoghi vendono.