Mamme e lavoratrici: il caso Wearme. E’ una questione vecchia come l’imprenditoria e alla quale, a ben vedere, una risposta giusta non c’è, sembrano esserci solo risposte sbagliate! La maternità, non facciamo finta di nulla, non è un buon investimento per chi assume. Eppure in una società sana dovrebbe essere il momento più tutelato della vita sociale, dovrebbe essere l’imprenditore a spingere per farsi carico di una fase così importante. Ma, ripetiamolo, non siamo nel mondo dei sogni, e avere una futura e neo mamma nello staff vuole dire, per la dinamica giornaliera degli affari, avere molti nuovi problemi da risolvere.

C’è chi sta cercando di dare risposte a questa infinita diatriba, con l’esempio ancora prima che con le parole.

Il caso social Virginia Scirè

E’ il caso di Virginia Scirè, 43 anni, imprenditrice di abbigliamento di Castelfranco Veneto. Diciamo subito che il suo settore specifico la porta ad avere una particolare attenzione verso le mamme: vende abiti per portare i bambini.

Il suo caso negli ultimi giorni è salito alle cronache, prima sui social e poi sulla stampa nazionale (ormai il percorso obbligato delle notizie sembra essere questo). Su Instagram ha fatto un video di risposta alla stilista Elisabetta Franchi, entrata nel ciclone dei social per la sua dichiarazione di assumere solo donne 40enni perché non hanno più problemi con figli piccoli. Rispondendo che un altro mondo era possibile, ha ricevuto subito più di 500 curricula da donne in cerca di lavoro. Non ha potuto offrire loro ciò che cercavano, ma ha deciso di dare voce a questa richiesta.

La maternità, le difficoltà e l’idea che cambia tutto

Il caso di Virginia Scirè è interessante perché, nella sua azienda, il trattamento riservato alle mamme è un esempio. Part-time molto flessibili, tarati sull’allattamento, smart working, spazi per bambini in ufficio, chiusura fissa alle 16 di pomeriggio.

Ma queste scelte sono frutto di una storia personale che ha insegnato sulla pelle a Virginia l’importanza di conciliare maternità e lavoro. Nei mesi di maternità si trova costretta a lasciare la precedente occupazione. Sceglie allora di reinventarsi e inizia a fare acquisti e rivendite su eBay. In poco tempo passa ad aprire un vero e-commerce online, poi apre un piccolo capannone con i primi quattro dipendenti.

Mamme e lavoratrici: il caso WearMe

“Mia figlia non dormiva mai, se non quando la prendevo in braccia, di lavorare non se ne parlava. Fino a quando un’amica mi ha regalato una fascia: la svolta”.

Scopre il baby wearing, dal 2013 vende fasce e marsupi e, nel 2017, attraverso il crowdfunding produce il primo prototipo di giacca per portare i bambini.

Nasce così WearMe.

Mamme e lavoratrici: il caso WearMe

Oggi WearMe fattura 610 mila euro l’anno, dato del 2021, ma soprattutto è guardata come esempio di unione tra l’essere mamme e l’essere lavoratrici. Impariamo da chi, con poche parole, ha fatto ciò che bisognava fare!

Mamme e lavoratrici: il caso WearMe