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Quando non c’è un autore…

Una mancanza genuina di autorialità in creazioni che i media indicano come “opere d’arte” mette in seria difficoltà lo spettatore.

L’abbiamo appena visto con le opere di Land Art comparse in Inghilterra, a Borrowdale, paesino sul lago District nel Nord dell’Inghilterra.

Quando compare “un’opera d’arte” che resta genuinamente senza autore, i media fanno a gara per scoprire chi l’ha fatta, svelarne il mistero. Dell’opera, in fine dei conti, poco interessa a tutti, ma un autore deve essere trovato.

L’opera d’arte come espressione coinvolgente

L’opera “esprime” il soggetto che la crea. Se si viene convinti che l’opera in questione abbia il blasone di “opera d’arte“, essa diventa espressione di un tempo, di una collettività. Quindi, fino a prova contraria, anche nostra espressione, di noi spettatori che ne veniamo coinvolti.

Quello che succede con la comparsa di opere di tal sorta, rimaste anonime, è poi semplice.

Il pubblico non le capisce, la land art va conosciuta un minimo, oppure servirebbero sensibilità verso il bello che io, personalmente, non riconosco alla maggioranza del pubblico. Eppure i social le definiscono opere d’arte. Lo spettatore è allora chiamato a esistere insieme a loro nella comunicazione, a essere in qual modo rappresentato da loro. Eppure lo spettatore non sa cosa sta esprimendo.

Parentesi importante: nella comunicazione non basta essere per esistere. Quando siamo sui social dobbiamo esprimere qualcosa, una posizione, un commento, una foto o un video, altrimenti non ci siamo. Ogni volta che pensiamo alla rete come un vero mondo parallelo, eleggiamo l’espressione come segno di esistenza, non l’esserci in sè.

L’emersione dell’autore come salvezza nell’opera d’arte

Allo spettatore, ansioso di esprimersi in rete per esistere, viene affibbiato un pensiero che non conosce: la definizione “opera d’arte” lo chiama in appello: lui sa che dovrebbe condividerla e parlarne, ma non riesce a interpretarne il significato. Ne saprebbe di più se ne conoscesse l’autore, e diventa un gran sollievo sapere che gli esperti lo paragonano a Banksy, perché di quest’ultimo conosce vicende e pensiero, e può unirsi alla condivisione (contrastandolo o elogiandolo, ma comunque condividendo!).

Ma l’anonimato autoriale richiama lo spettatore a un mondo reale, brado, senza regole, non completamente umanizzato, dove basta esistere per essere, dove non bisogna avere una posizione su tutto per essere civile e sociale.

In questo mondo reale per parlare di qualcosa bisogna impegnarsi a capirla, senza essere salvati dalle interviste dell’autore, mentre nel mondo digitale ha l’aspetto di uno sgambetto.

L’emersione dell’autore come salvezza nell'opera d'arte

La mancanza di autorialità ha il puzzo della natura selvaggia. 

Mi sembra di vedere in faccia il fastidio che colpisce in tali casi: “chi sono se non ho una posizione per esprimermi?!”

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