Figuracce da Eco-Friendly fai-da-te e il ‘Caso Coldplay’. Nell’ambiente delle campagne ecosostenibili il “caso Coldplay” ha fatto scuola. Lo rivediamo insieme e cerchiamo di capire cosa è andato e continua ad andare storto.

I Coldplay, per anni simbolo green

I Coldplay sono stati per parecchi anni la band più pagata al mondo. Il loro frontman, Chris Martin, è simbolo internazionale di stile, ribellione (sempre all’acqua di rose) e volto della lotta per l’ecosostenibilità e il climat change.

L'eco-friendly fai-da-te e il 'Caso Coldplay'

Anche nel gossip, nella relazione ormai finita con l’attrice Gwyneth Paltrow, le scelte sempre green in tutti gli aspetti della vita, dal veganesimo agli appelli al ritrovare la nostra coscienza, caratterizzano il personaggio.

Insomma, diciamo inter nos: i Coldplay e i loro fan sfegatati sono un po’ monotematici. 

Ma questo va benissimo: fissarsi con qualcosa che tende al bene del pianeta è un comportamento che non va certo stigmatizzato.

Il ‘Caso Coldplay’

Il ‘pathatrak’ succede quando la band decide di far uscire l’album ‘A Rush of Bood to the Head’, nel 2002. 

I Coldplay scelgono di compensare le emissioni di CO2 derivate dalla creazione dell’album piantando 10 mila alberi di mango nel sud dell’India. Avviano una partnership con l’attuale CarbonNeutral, per far arrivare fondi alle popolazioni locali, e comunicano a destra e a sinistra la loro iniziativa. Per un anno sono i nuovi profeti del bene ecologico.

La musica che cura il pianeta“, “Coldplay salvano l’ambiente con un album“… queste solo alcuni dei titoli che la band si merita nell’annata favolosa.

L'eco-friendly fai-da-te e il 'Caso Coldplay'

Sembra tutto perfetto, invece niente è ben fatto. I fondi arrivano, però in modo indistinto a chi si presenta meglio; i coltivatori non sono tradizionalmente pronti alla coltura scelta (scelta senza il loro parere! Comunque Mango fa molto trendy, no?!) e si ignorano le conoscenze per la crescita del mango, tra le quali un dispendio alto di irrigazione.

Finale: l’operazione è un disastro, la mancanza di acqua e la scelta del luogo e dei coltivatori è sbagliata e, finito il tam-tam mediatico, i terreni vengono abbandonati.

Oggi il “Caso Coldplay” ha fatto scuola come disastro ambientale truccato da miracolo mediatico.

Figuracce da eco-friendly fai-da-te, il rischio della sostenibilità come moda

Spodestati dal trono di profeti green che si erano autocostruito, i Coldplay non hanno potuto che portare avanti il loro portavoce, Chris Latham:

L'eco-friendly fai-da-te e il 'Caso Coldplay'

“Il gruppo si è impegnato a fondo per portare a termine questa campagna…non è da impuntare loro alcuna responsabilità per quanto successo. Sono sempre in giro per i concerti, per loro sarebbe un po’ difficile riuscire a monitorare costantemente una foresta. La colpa è di chi si era fatto carico di tenerla sotto controllo, non certo della band.”

Basterebbe questa dichiarazione, pezza fatta male su uno strappo storico, a spiegare come non si fanno le cose.
Fare della sostenibilità una moda vuole dire legarla all’apparenza, alla comunicazione, alla convenienza passeggera.
Va benissimo farsi portatori di istanze se si ha un grande microfono, ma le istanze devono essere di chi sa fare le cose.
Credersi profeti, mentre si è musicisti, fa fare le cose male, senza esperienza, senza ‘know-how’.
Se tutti esaltano un personaggio come perfetto, probabilmente non lo è, ma è molto bravo nella comunicazione.
L'eco-friendly fai-da-te e il 'Caso Coldplay'
Fare attività per il bene del pianeta implica mani sporche, fallimenti, spesso pochi soldi, conoscenza della materia e delle persone, tempo perso a informarsi, professionalità.
La sostenibilità non è trendy, e non va affrontata in questo modo sciatto.

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