Gramellini sui Maneskin? Basta inesattezze e preconcetti. Mi capita di leggere qualche volta “Il caffè di Gramellini”, del Corriere della Sera: un editoriale che ben sa stare per numero di battute all’interno dei social.
Questa settimana (invero un po’ in ritardo rispetto alla pubblicazione) ho letto il suo pensiero sui Maneskin, il gruppo che ci sta facendo invidiare dal mondo intero occidentale. Inizierei riportando le parole dello stesso Gramellini.
L’intervento di Gramellini
In data 29 Ottobre, ne “Il caffè di Gramellini” si legge ciò che segue:
“ll felice mistero dei Maneskin è che sono i primi musicisti italiani ad avere successo nel mondo con una musica non italiana. Dall’Italia gli stranieri si sono sempre aspettati la melodia lacrimosa, lo stornello o il do di petto (…) Che cosa possiedono dunque di così speciale (…) tanto da riempire i club di New York, finire nel talk-show di Jimmy Fallon e aprire il concerto dei Rolling Stones (…)?
Per usare una parola alla moda, sono fluidi. Damiano, il cantante, è un maschio che si trucca senza perdere virilità. Victoria, la bassista, è una donna che fa la dura senza perdere femminilità. Tutti e quattro appaiono sfuggenti, nitidi eppure sfocati, non incastrabili in una definizione. E la loro non sembra una posa, ma un’essenza, in cui si riconosce un’intera generazione. (…) La settimana della loro consacrazione planetaria ha coinciso in Italia con il capitombolo della legge Zan.“
Per chiunque volesse leggere anche le parti mancanti, ecco il link, ma non vi è nulla di diverso.
Il problema è proprio Gramellini
Per quanto mi riguarda, l’intervento di Gramellini che avete appena letto, e che ho visto molto girare sui social, è pieno di inesattezze e preconcetti.
Partiamo dalle inesattezze. La grande fortuna dei Maneskin, che oggi li ha portati anche sui palchi più importanti del mondo, è dovuta nell’ultimo anno soprattutto alle piattaforme social. Le loro canzoni hanno imperversato su Tik Tok e Instagram, facendoli diventare campioni assoluti di popolarità (mondiale!).
Quello che Gramellini, dalla sua poltrona di un’altra generazione, non ha perso tempo a controllare è che su questi social le musiche vengono utilizzate in modo totalmente scisso dagli autori o performer. Il “RATATATA'” che ha reso Damiano riconoscibile nel mondo intero (estratto dalla cover di ‘Beggin’ dei Maneskin) è stato fruito come pura colonna sonora da milioni di scenette e balletti della più diversa forma e specie. Il tutto raramente sapendo anche solo chi lo avesse cantato o, ancora meno, che faccia avesse. Mi verrebbe da dire “sono i social, baby!“.
Altra inesattezza è nelle aspettative straniere. Il mercato internazionale ha spesso accolto le nostre punte di diamante anche se non erano neomelodiche. Si guardi di più a Giorgio Moroder e meno ad Al Bano.
Ma passiamo ora ai preconcetti, vero motivo del provare a rispondere a questo “caffè”.
Il problema dei performer musicali italiani non è nel pubblico straniero che si aspetta sempre le stesse cose. Spettacoli imbarazzanti come quelli de ‘Il Volo’ rappresentano un raschiare il fondo culturale di sacche di nostalgia, ma non parlano affatto dei gusti o delle reali aspettative straniere.
Il problema degli artisti italiani è che, appena raggiunta una minima visibilità di pubblico, si vedono affibbiare dagli intellettuali e dalla politica idee e sistemi preesistenti. I musicisti saliti alla ribalta vengono inglobati in un pensiero che sa di vecchio, di territorio. Si vedono diventare materia di interesse per noiosi intellettuali, subiscono pressioni per essere portatori verso “i giovani” di idee delle generazioni precedenti.
Mentre tutto questo accade, Gramellini cerca di spiegare il successo mondiale dei Maneskin affermando che capita perché sono “fluidi”. Non si accorge che in questo modo non fa che portare avanti il pensiero più provinciale, più italiota che ci sia in questi ambiti: non accettare per partito preso che, semplicemente, i Maneskin siano bravi, ovvero più bravi di altri, siano belli, liberi, freschi, che piacciano perché funzionano, loro e la loro musica.
E invece no: non è possibile che un gruppo italiano funzioni all’estero, ci deve essere sotto qualcos’altro. Ebbene, ecco la vera differenza tra noi e il mercato internazionale: gli intellettuali che sottomettono la libera espressione a un pensiero ideologico, zavorrando così con un dibattito limitato l’ascesa di realtà competitive.