G7: un flop storico. Si è concluso da pochi giorni il summit sull’ambiente tenuto dai grandi della terra. A fronte di promesse incredibili, è stato anche peggio del solito.

Il G7 appena conclusosi a Carbis Bay, in Cornovaglia (abbiamo parlato in questo articolo dell’opera d’arte monumentale che “sfidava” il G7), portava con sé grandi speranze. L’attesa era soprattutto per il leone del politically correct, il neo eletto Joe Biden, che avrebbe dovuto segnare un rientro degli Stati Uniti in grande stile nelle dinamiche ambientali internazionali. Molte dichiarazioni di principio roboanti, ma pochi fondi e poca concretezza sono il vero marchio di questo incontro.

Cosa era stato dichiarato alla vigilia del G7

Stati Uniti, Canada, Germania, Francia, Italia, Giappone e Regno Unito si presentavano con l’intento di dimezzare le proprie emissioni dannose entro il 2030. Questo traguardo sarebbe stato raggiunto con il taglio netto agli aiuti pubblici verso enti che utilizzino carbone come combustibile. Altro taglio promesso a chi non sviluppasse tecnologie di stoccaggio delle emissioni inquinanti. Queste pratiche sarebbero state messe in azione in parallelo ai già presenti accordi per l’ambiente europei e dei singoli stati.

G7: un flop storico

Il tutto unito a una nuova ‘via della seta ecologica‘, ovvero al ritorno degli USA come campioni della possibilità di aprire le porte della Cina al cambiamento (Cina che da sola è responsabile del 28% delle emissioni globali di gas serra e continua a basare la sua produzione di energia sul carbone).

G7: un flop storico

Niente date

Tutto molto bello“, potremmo dire sentendo le dichiarazioni di intenzione.

Il G7 ha avuto luogo e i grandi della terra per intere giornate si sono confrontati. Cosa ne è uscito? Un nulla di fatto, ovvero prese di impegni molto più vaghe delle intenzioni iniziali.

Innanzi tutto, non ne è uscita alcuna data: il comunicato affronta l’argomento con un banale “migliorare rapidamente le tecnologie e le politiche che accelerino la transizione dal carbone in assenza di sistemi per la cattura delle emissioni“, dimenticandosi addirittura ogni termine decennale. Il 2030 esce di scena e lascia posto al nulla di fatto.

Tagli illegittimi e senza fondi

Si è portata avanti la proposta di taglio alle realtà che utilizzano carbone ma, oltre che non dare direttive temporali, si è evitato accuratamente di indicare i fondi necessari da stanziare per le nuove tecnologie pulite.

Questo non solo è un atteggiamento miope, ma molto probabilmente renderà illegittimi i tagli che si sono pronosticati, in quanto automaticamente incostituzionali per tutti i paesi coinvolti.

Fondi promessi (per finta)

Nell’accordo si legge unicamente che i membri del G7 contribuiranno fino al raggiungimento della cifra complessiva di 100 miliardi di dollari all’anno (84 miliardi di euro) fino al 2025 per lo sviluppo di nuove energie, ma quando è giunto il momento di battere cassa solo Canada e Germania hanno ipotizzato una road map economica (questo fa pensare alla stessa promessa fatta nel 2009, dove i fondi non arrivarono mai integralmente e furono resi disponibili solo in forma di prestiti).