Dove è finito il ‘buco dell’ozono’? L’attenzione al clima non è una nuova moda: ha (giustamente) una lunga storia. Ma qualche volta certi problemi prendono il sopravvento e sembra si parli solo di quelli. Come atteggiamento è molto deleterio per il pubblico, perché ci convince che molti problemi si risolvano da soli, basta non parlarne più.

L’esempio più chiaro di questo atteggiamento della comunicazione è “il buco dell’ozono”. Negli anni ’90 era per eccellenza il problema globale da affrontare, quello che, se non sconfitto, avrebbe posto fine alla vita sulla terra (non stiamo esagerando, queste sono vere descrizioni dell’epoca). Oggi non se ne parla più…

Quindi?

Dove è finito il ‘buco dell’ozono’?

Tutto inizia negli anni ’70 con Jonathan Shanklin, meteorologo del British Antarctic Survey incaricato, tra le altre mansioni, di monitorare i cambiamenti nell’ozono atmosferico. Grazie a 20 anni di misurazioni scopre che dagli anni ’60 i livelli si sono abbassati notevolmente. Già nel 1984 alcune zone sopra l’Antartide hanno perso un terzo del loro spessore.

Allarmati da questa evidenza, Shanklin insieme ai colleghi Farman e Gardiner pubblicano nel 1985 uno studio che collega l’assottigliamento all’uso di clorofluorocarburi (CFC) da parte degli uomini. I Clorofluorocarburi sono presenti nei frigoriferi, nei condizionatori, nei sistemi di raffreddamento, e dagli anni ’50 in poi hanno avuto una diffusione sempre maggiore. Da questo articolo nasce anche la dicitura “buco dell’ozono”.

E’ la prima volta che un allarme ecologico esplode in una notizia globale che man mano si carica di drammaticità.

Le conseguenze della scoperta

Inizialmente lo studio viene contestato: l’abbassamento di livello non è così drastico come descritto, si aggira invece intorno al 3%. Ma nuove misurazioni nel 1986 confermano uno stato anche peggiore e una successiva visione da satellite individua una zona di circa 20 milioni di Km quadrati senza più alcuno strato di ozono. Salta invece la diretta connessione con il CFC come causa principale, che lascia il posto a diverse ipotesi che, comunque, non smentiscono il problema.

Le conseguenze dirette della mancanza di ozono vengono studiate e collegate a forme di cancro della pelle crescenti in numero, danni alla crescita delle piante, alle colture agricole e agli animali, oltre a impattanti problemi riproduttivi nella fauna marina.

Come mai non ne sentiamo più parlare?

Ma considerando quanto grave fosse considerata una minaccia il buco dell’ozono, perché non ne sentiamo più parlare?

Non è la stessa causa di allarme che era una volta. Ciò è in gran parte dovuto ai passi internazionali senza precedenti che i governi hanno intrapreso per affrontare il problema” (Laura Revell, professore associato di fisica ambientale presso l’Università di Canterbury, Nuova Zelanda, fonte BBC)

Già nel 1987 viene adottato il ‘Protocollo di Montreal‘ che impone ai paesi sottoscriventi (la quasi totalità dei paesi al mondo) la graduale eliminazione delle sostanze incriminate dai processi produttivi. A fine anni ’90 la produzione e il consumo di CFC sono bloccate e fatte uscire dal mercato.

Dove è finito il 'buco dell'ozono'?

All’alba del 2010 le riduzioni delle emissioni dovute al Protocollo di Montreal risultano tra 9,7 e 12,5 gigatonnellate di CO2, circa sei volte superiori all’obiettivo del Protocollo di Kyoto, rendendo Montreal il miglior caso storico di trattato per l’ambiente mai riuscito.

Entro il 2050, è abbastanza consolidato che avremmo avuto condizioni simili al buco dell’ozono su tutto il pianeta, e il pianeta sarebbe diventato inabitabile

Il buco dell’ozono oggi

Oggi il buco dell’ozono esiste ancora, ma si apre solamente in primavera sopra l’Antartide per chiudersi durante l’estate. Non è una situazione normale, sia chiaro, e per riprendere ‘salute’ lo strato di ozono ci metterà, più o meno, altri 150 anni secondo gli esperti.

Questo sempre che, come accadde nel 2018, non scopriamo che alcuni paesi (Cina) in segreto e per risparmiare riprendono la produzione con CFC.