Leggete Calvino per capire la crisi di governo

“Crisi di governo”: questo è un termine assai curioso. Implica il concetto di caduta e cambiamento; implica una rete di significato negativa, implica un abbassamento delle aspettative.
“Crisi di governo”: questo è un termine assai curioso. Implica il concetto di caduta e cambiamento; implica una rete di significato negativa, implica un abbassamento delle aspettative.

Tuttavia, giusto per fare un po’ di allenamento ginnico mentale, è sempre buona cosa collegare concetti che a prima vista non sembrano essere connessi per cambiare punti di vista e anche l’aspetto degli eventi che ci circondano.

Ricordiamo ancora Italo Calvino?
A tutti a scuola è stato proposto (forse è stato proposto troppo, perché molta gente lo rifiuta per questo motivo), è uno dei nostri autori più letti al mondo e vi stupireste di quanto il nome Calvino giri in tutto il pianeta.
Bene, io sono uno di quelli che l’ha riscoperto anni dopo la scuola per amarlo di un amore viscerale e per poter dire che il suo è uno di quei punti di vista che non si dimenticano.
Ora proviamo a guardare quello che sta succedendo oggi, la “Crisi di governo”, dal punto di vista di un libro che consiglio a tutti di leggere, “Lezioni Americane”.

In questo libro l’autore spiega, quasi poeticamente, cosa è una ‘narrazione’: la narrazione non è lineare, non è incastrare un evento dopo l’altro per creare una storia mai sentita prima; la narrazione per Italo Calvino è cercare di ricoprire un’assenza e decorarla sulla superficie.

La narrazione sono il racconto di eventi che non hanno principio e non hanno fine, perché dal nulla vengono e al nulla ritornano. L’arte questo fa: compone sul niente perché si accorge che di niente è fatta la vita.
La narrazione è il “sogno di un’ombra” ed è, paradossalmente, l’unica cosa reale, perché è l’unica cosa che prende atto dell’irrealtà.
“Lezioni Americane” è da leggere, assolutamente.E se la politica attuale non fosse altro che una narrazione? Se fosse un sipario, un teatro creato per intrattenere il pubblico? Se quella che noi chiamiamo politica fosse fatta in altre stanze, lontano dagli occhi?
In una narrazione il termine ‘crisi’ è ingiustificato: un movimento continuo sul nulla, che non contempla veri momenti di stasi, che si fonda proprio sul continuo alternarsi di equilibrismi, cadute e risalite, movimenti che non possono stare fermi perché non ne hanno il potere e l’intenzione. Questa situazione vi sembra familiare? O volete continuare a dire che c’è una crisi dopo l’altra?
Questa non è una crisi perché non ci può essere vera crisi in un racconto.
Forse tutte queste mie parole sembrano disordinate, me ne scuso. Cercherò allora di farvi una domanda chiara: per Calvino il racconto di un libro si fonda sul vuoto, ciò accade anche perché tale vuoto sia riempito dal lettore. E’ così che ci si innamora della letteratura, ritrovando sé stessi dietro le parole.
Ma perchè, invece, la politica lascia questo vuoto? Perchè questo racconto continuo?
Un libro che lascia spazio al lettore lo fa crescere, fa capire qualcosa di noi stessi. Una politica che lascia spazio allo spettatore distrae. Non siamo di fronte a politica, ma possiamo goderci una
grande narrazione. Se ancora le mie parole sono confuse, leggete Calvino! Guido Nosari 
 
 
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