Intervista con...

Arch. Davide Petronici – Progettare esplorando…

Spesso si trascura quello che le nostre mani possono realizzare o, quantomeno, non diamo peso a ciò che ci porta a realizzare oggetti attraverso la manualità.

Non è stato così per Davide Petronici, interior designer, che ha sempre usato la sua manualità “ascoltando” quello che sentiva, fino ad arrivare a realizzarlo.

Un atteggiamento che ha conservato nella sua professione che, anzi, è diventato punto cardine del suo approccio alla progettazione e molla del voler andare in fondo alle cose, comprenderle per tradurle in emozioni e soluzioni abitative.

 

Raccontaci qualcosa che riguarda Te, che riguarda la tua vita le tue passioni.

«Da bambino, il mio gioco preferito in estate era fabbricare dei mattoni con il fango…forse è per questo che il mio sogno è sempre stato fare l’architetto.

Ma non solo! Quando ero piccolo, ogni passione la vivevo attraverso la mia manualità; pensa, mi sono costruito un surf, tagliando una tavola di legno, e ricavando la vela da una tovaglia e, una volta fatta, mi son posizionato sotto un albero dove tirava una particolare corrente d’aria e facevo wind-surf stando fermo. Ancor oggi ripensandoci, tutto questo mi diverte da morire.

Con  il tempo, crescendo  sono riuscito a diventare un surfista e la stessa cosa vale per l’architettura. Vale a dire che le mie passioni le vivo così radicalmente, che alla fine mi portano a realizzare quello che sento,

Con l’architettura, per esempio, mi sento profondamente progettista, perché qualsiasi cosa io guardi, la filtro sempre attraverso una interpretazione progettuale. Quello che guardo mi stimola a riflettere sul concetto iniziale che può aver dato origine ad un oggetto, ad uno spazio; mi interessa indagare per cercare di intuire la ragione che, alla fine, ha dato forma a ciò che sto vedendo in quel momento.»

 

Si può dire che sei curioso?

«Certamente. Quando cammino per strada mi piace guardarmi intorno, distinguere le strade, riconoscere i luoghi in cui mi trovo, ma devo dire che sono aiutato da un ottimo senso dell’orientamento. Spesso mi capita di parlare con persone che hanno difficoltà ad orientarsi all’interno della propria città, non riconoscere le zone e perdere il senso dei punti cardinali. Io amo calarmi profondamente nei luoghi, riconoscerne le caratteristiche e le tipologie morfologiche, diciamo “curiosarci dentro”, mi piace indagare ciò che sta dentro le cose, a volte anche perdendomici.»

Questo è il tuo modo di vedere la vita?

«Assolutamente! Può essere interpretato anche come un controllo sulle cose o sulle situazioni. Mentalmente, questo è un aspetto che mi riconosco. Ora, anche se non sono un appassionato di astrologia, mi è sempre piaciuto speculare  intellettualmente sul significato del segno zodiacale.   

Ad esempio, io sono dei Gemelli e questo segno viene definito “doppio”, cioè con un atteggiamento duplice, come se ci fossero due personalità, ma nel mio caso non mi limiterei tanto a due aspetti, ma ad una molteplicità di sfaccettature, ognuna delle quali mi definisce.»

…Un uomo che guarda il mondo da differenti punti di vista, quindi. Ma perché questa indagine, questo andare “dentro”  le cose?

«Parto da un presupposto: le esperienze che abbiamo attraversato e quello che geneticamente ci appartiene, sono i due mattoni importanti che ci costituiscono, che fanno di noi quello che siamo e che ci portano a maturare pensieri, convinzioni, che non escludono l’indagine spirituale della propria esistenza, il rapporto con la religione, la relazione con le persone e con ciò che accade. Io non sono credente e questo mi porta ad assumermi la responsabilità di tutto ciò che vivo, cioè ogni cosa che accade è frutto delle mie azioni.»

«Questo andare a fondo, è un atteggiamento che ho anche quando progetto, perché il come si fanno le cose non è un processo statico, standardizzato; tutto può avere uno sviluppo intellettuale e io lo ritrovo nel mio fare progettazione, ponendomi nel modo più aperto possibile. È questo, alla fine, che mi piace: quando scaturiscono cose nuove e si evolvono in nuove idee progettuali. Quindi non posso escludere a priori che ciò che sto esprimendo in questo momento possa essere interpretato in un altro modo. Non sono un negazionista. »

Quanta anima c’è nelle tue progettazioni?

«Non riesco a quantificarla, a darle un peso. So soltanto che, da interior designer, quando mi approccio ad un progetto, sviscero ogni suo aspetto, vale a dire che non considero la progettazione d’interni come qualcosa per riempire lo spazio, buttando dentro “cose”. Lo spazio, o la casa che dir si voglia, di fatto è la nostra seconda pelle, non è semplicemente il contenitore in cui noi mangiamo, dormiamo ci riposiamo lavoriamo, e via dicendo, ma è un qualcosa che ci avvolge, che “vive” intorno a noi. Quindi il progetto deve riflettere l’animo di chi vivrà quello spazio. Per questo, prima della progettazione vera e propria, per me è fondamentale capire in profondità come il cliente vede il proprio ambiente-casa, qual è il suo stile di vita, cosa vuol ritrovare nello spazio che vivrà tutti i giorni. In questo modo posso comprendere le sue esigenze emotive e proporre idee abitative che sposino anche le esigenze strutturali e funzionali. Sulla base di questo, potrei dire che le mie progettazioni riflettono sicuramente l’anima di chi le vedrà realizzate nel proprio ambiente.

Ed ora la domanda fuori tema che conclude il nostro incontro…quale è una citazione che ti piace particolarmente..

«Sì, quella di Edoardo Persico “L’architettura è sostanza di cose sperate.”».

 

Questa frase ci incuriosisce e vi mettiamo, cari lettori, un accenno su Edoardo Persico . Egregio esponente dell’architettura moderna ,scrittore e critico, amico di Gobetti. Edoardo Persico fu una mentore per artisti e architetti .(  https://it.wikipedia.org/wiki/Edoardo_Persico)

 Rinnoviamo un ringraziamento all’Arch. Petronici ( http://www.davidepetronici.com/) per averci fatto partecipe di questo aforisma .

Se volete avere ulteriori delucidazioni o incontrare l’architetto contattate la redazione. 

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