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CURIOSITÀ E SENSIBILITÀ nel vivere la vita: Guido Mattioni, un uomo da scoprire.

A tutti è capitato, da bambini, incontrare adulti che ci chiedevano “che cosa vuoi fare da grande”? Ma la risposta non era sempre così chiara. Si doveva ancora masticare quel mondo che si offriva a noi con generosità, farne esperienza e trarre quello che ci toccava in profondità e che avrebbe alimentato un qualche ideale o che avrebbe amplificato la sensibilità nel vivere la vita. Questo forse è quello che è successo anche a Guido Mattioni, innamoratosi della scrittura fin da piccolo, facendola diventare, nel tempo, strumento del suo lavoro. Ieri, per quasi quarant’anni, come giornalista; e oggi come scrittore.

Quale era il sogno di Guido bambino? E come vedevi il mondo?

«Da bambino, “per colpa” di mia mamma, i miei soldatini e il mio pallone sono stati da subito i libri. E da quella passione per la lettura è poi nato il chiodo fisso per la scrittura. Ho capito fin da piccolo che scrivere era ciò che volevo fare nella vita. In me è rimasto molto di quel bambino, l’atteggiamento di chi guarda il mondo con ottimismo e curiosità, anche se sono dovuto passare attraverso grandi dolori, come quello di viver il distacco dalle persone più care. Dolori che la vita manda, tanto più forti quanto più stretti sono i rapporti e soprattutto precoci le perdite. Per me è stata la scomparsa dei miei genitori prima del tempo e poi di Paola, la mia prima moglie, una donna unica, straordinaria, strappatami via in un attimo quando aveva appena 48 anni. Un dolore lacerante, ma in quella notte in cui all’improvviso mi sono ritrovato solo, ho avuto la forza di dirmi per prima cosa “da adesso devi tornare a vivere”.

Credo in questo ci sia molto del bambino che ero e di conseguenza come vedo il mondo ora è molto simile a come lo vedevo da bambino. Sono rimasto lo stesso e non mi vergogno ad esserlo. È un grosso regalo, quello di essere ancora bambini. E non solo bambini. Mi spiego: quelli che hanno “letto” il mio primo romanzo come molto “femminile”, mi hanno fatto un complimento. Ritengo che avere una percentuale di femminilità interiore sarebbe un dono prezioso per tutti gli uomini. Comunque, per carità, non datemi dell’intellettuale… Mi considero soltanto un artigiano delle parole».

 

Come l’artigiano ruba il mestiere “con gli occhi”, così Guido ruba i segreti della vita. Incontrarlo e imbattersi nei suoi grandi occhi azzurri, fa strano. Non te li aspetti, in un uomo di 64 anni. Te li aspetti in un bambino, che “divora” il mondo affamato di curiosità.  Sarà proprio per la sua continua curiosità verso la vita, che i suoi occhi sono ancora così aperti al mondo e alle esperienze che vive sempre con grande ottimismo e sensibilità.

 

Qual è il tuo rapporto con le parole curiosità e profondità ?

 «Sono strettamente legate fra loro. Quando ti imbatti in un argomento, dapprima ne sei attratto per curiosità, ma poi ti serve la profondità per conoscere e quindi scavi, senza fermarti in superficie. Succede per le cose che vivi quotidianamente. Per esempio, dal 2005 vivo con la mia attuale moglie. Lei è oncologa, una professione che non avrei mai fatto; eppure anche se poco alla volta, mi sono appassionato a questa materia e la sto studiando di luce riflessa, nel senso che pongo a lei molte domande per capire tutte le implicazioni legate al suo lavoro. Ho scoperto così molte cose: dalla biochimica alla cronobiologia, dalla genetica alla cura che dovremmo mettere nella scelta degli alimenti… Lei dedica infatti una particolare attenzione, cosa che pochissimi altri oncologi fanno, al rapporto fra alimentazione e malattia, sia in senso positivo sia in quello negativo. A questo lei ha dedicato più di vent’anni dei suoi studi. Ecco, per rispondere alla domanda, alla fine credo che curiosità e profondità si alimentino reciprocamente.»

 

Se avessi il teletrasporto dove vorresti andare e perché?

 «Sicuramente non vorrei vivere in altre epoche storiche. Mi considero un uomo dei miei tempi, e mi ci trovo bene, Ma se dovessi scegliere un altro luogo dove trovarmi adesso, mentre parliamo, direi senza esitazioni Savannah, in Georgia, Stati Uniti. È una splendida cittadina coloniale del Vecchio Sud ed è la mia seconda casa; sia in senso ideale, sia concreto, dato che ne vado e ne vengo ininterrottamente dal 1991 e che dal 1998 ne sono anche cittadino onorario. Ma questa sarebbe tutta un’altra storia, troppo lunga da raccontare. Peccato che in mezzo ci siano l’Oceano e tredici ore di volo; ma è lì, a Savannah, il “Dove” vorrei essere ogni tanto, svegliandomi al mattino. Ritengo tuttavia che il luogo ideale – tutti dovremmo “regalarcene” uno – possa trovarsi dovunque, anche dietro l’angolo. Per me, il mio mondo ideale lo fanno non soltanto le persone, ma anche la Natura e gli animali. Se leggerai “Ascoltavo le maree”, il mio primo romanzo (quello definito “femminile”), che non a caso ho ambientato a Savannah, vedrai come di un luogo ti possa entrare “dentro” tutto, anche gli odori di una laguna o i fruscii degli alberi. E capirai come in certi luoghi sia possibile innamorarsi “di persone amabilmente un po’ folli e degli animali profondamente saggi che li abitano”, così come ho scritto proprio nell’incipit del romanzo.

Perché Savannah, città cortigiana e al tempo stesso gotica, che si vanta di essere popolata da fantasmi di soldati confederati e delle loro innamorate, ho incontrato questo mix fra follia umana e saggezza animale. Laggiù ho scoperto un mondo dove vivi davvero a contatto con la natura; hai una vera città a due passi, ma di fatto vivi tra i dedali e gli isolotti di un’immensa laguna oceanica, immerso tra querce secolari, immense magnolie e interminabili siepi di azalee. E il tuo “vicino di casa” è a 200 metri. Hai il dono di un buio vero, senza lampioni, e quindi con stellate da togliere il fiato. Ti capita di vedere un alligatore che prende il sole, delfini che “danzano” nel canale dietro casa e ti tocca far scappare gli orsetti lavatori interessati al bidone della spazzatura. Questo è il motivo del perché amo quel posto: amo la natura pur essendo un uomo città. O forse proprio perché sono un uomo di città.»

 

Ed eccoci all’ultima domanda. Ho letto che se non avessi fatto lo scrittore avresti fatto lo chef, e quindi ti chiedo la ricetta che ami fare o un piatto legato a un ricordo particolare.

«Le mie radici mi suggeriscono le zuppe, che amo… e le vecchie minestre. Una mi sta particolarmente a cuore. È la minestra di orzo e fagioli alla friulana. Ma essendo sempre un po’ anarchico intellettualmente, se trovo una ricetta anche della tradizione, la cambio perché per me la cucina è come il jazz, cambia sempre a seconda dell’umore. Oggi in cucina penso che sia importante togliere e non aggiungere… Una volta le minestre erano preparate per chi faceva lavori duri e quindi molto cariche, ed è per questo che le “rivisito” alleggerendole.

Invece una cucina che amo moltissimo, grazie alla mia seconda moglie, è quella siciliana, perché ha dentro un po’ di tutto. Risente delle dominazioni succedutesi nell’Isola e offre quindi un mix di sapori per me impagabili, come l’agrodolce. Un esempio su tutti? Senz’altro la caponata, piatto sublime perché di armonici contrasti. E poi tutti quei piatti che hanno “dentro il mare”. Adoro il pesce spatola (detto anche sciabola) ma purtroppo a Milano non lo trovo sempre. È un pesce azzurro argenteo, lungo, stretto e piatto come una lama. Si può fare in mille modi, ma per me il massimo è con menta, capperi e miele al finocchietto selvatico… un’autentica delizia.»

 

Una sensibilità a tutto tondo, quella di Guido Mattioni… verso la vita, la natura e i piaceri del palato. Ora sarà bello scoprirla anche nei suoi libri.

 

 

 

 

 

 

 

 

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